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zacchino d'oro

Nettuno e la Polena

fiaba di Alessandra Fella

Ascolta la storia in formato mp3 

Molto tempo fa esisteva, affacciato sulle rive del vasto oceano, un reame florido e potente. I suoi abitanti vivevano felici godendo di tutti i beni che donava loro il mare e il saggio re aveva costituito una straordinaria flotta di velieri che, oltre a seguire le rotte dei commerci per rendere il paese ricco e famoso tra i mercanti, avrebbe difeso la serenità di quei luoghi da eventuali attacchi nemici. In realtà nessuno di quegli uomini di mare aveva mai combattuto, perché da secoli la pace regnava incontrastata su quelle terre. Ma se mai avessero dovuto farlo, avrebbero avuto alla loro testa il più valoroso e coraggioso dei comandanti: il giovane capitano Eric Cuordileone. Solo lui avrebbe condotto gli equipaggi alla vittoria, avrebbe lottato per difendere quel regno ed il suo popolo da qualunque minaccia, non si sarebbe arreso neppure di fronte al più temibile degli avversari. E questo non solo per il suo incrollabile senso del dovere: sarebbe stato il suo cuore, infatti, a guidarlo in qualunque impresa, anche la più rischiosa. Egli era infatti innamorato della giovane principessa Marina, l’erede al trono, ed avrebbe fatto qualunque cosa per salvarla se fosse stata in pericolo: anche rischiare la propria stessa vita. Il suo amore, così sincero e appassionato, era ricambiato dalla bella fanciulla, e il re suo padre aveva già acconsentito alle nozze, perché vedeva in lui un futuro sovrano tanto ardimentoso, quanto assennato.
Mancavano ormai pochi mesi al loro matrimonio. Un bel giorno Marina, che sebbene fosse una principessa, amava abbandonare le sale del castello per veleggiare libera tra le onde, scese al porto e prese la sua piccola barca. Sciolse gli ormeggi, issò le vele e, felice come lo era sempre quando andava per mare, guidò l’imbarcazione fuori dal porto, lasciandola poi scivolare leggera sull’acqua verso il largo. Il piccolo guscio di noce volava spinto dal vento, e la principessa si beava della brezza che le accarezzava il viso e degli schizzi che le solleticavano la pelle. A tratti, la fanciulla muoveva il timone tanto da fermare la barca, e sporgeva il bel viso dal bordo dello scafo per guardare verso il fondo del mare alla ricerca di qualche pesce colorato. Poi riprendeva sicura la sua navigazione, sorridente e gioiosa come se tutta quella meraviglia fosse stata creata solo per i suoi occhi.
Ad un tratto, però, sembrò quasi che il vento trattenesse il respiro, e l’imbarcazione si fermò adagio in mezzo a quel blu sconfinato, dal quale la terra non si vedeva ormai più. Marina non ne fu spaventata: era coraggiosa e conosceva il mare fin da quando era piccola. Sapeva quanto il vento potesse essere dispettoso: si divertiva spesso a non soffiare più per restare a guardare i marinai affannarsi intorno ai remi. Lei avrebbe semplicemente dovuto stare al suo gioco e aspettare un po’. Ma, all’improvviso, si addensarono sulla barchetta grandi nuvoloni neri, che iniziarono a vorticare come spinti da una forza misteriosa. Subito dopo l’oceano cominciò a ribollire tanto da diventare bianco di schiuma. E da quella candida spuma comparve qualcosa di sorprendente: un uomo, robusto ed energico, dritto in piedi su di un’enorme conchiglia argentea trascinata da tre coppie di splendidi delfini trattenuti da redini fatte con reti da pesca intessute d’oro zecchino. Quell’essere straordinario aveva capelli neri come l’abisso più profondo intrecciati con alghe di un verde intenso, occhi azzurri come acqua cristallina e il viso abbronzato come quello degli uomini di mare. Indossava una strana tunica del colore della sabbia ricamata con conchiglie e perle, e portava sulla testa una corona di madreperla splendente e coralli colorati. Marina era senza parole ed aveva il cuore in gola: le dita si stringevano sul legno del suo piccolo guscio e le sue labbra erano socchiuse a contemplare quello strano spettacolo. Poi l’uomo le sorrise e le parlò:
“Benvenuta nel mio regno, principessa Marina. Io sono Nettuno, il Signore dei Mari e degli Oceani. E sono al vostro servizio.”
La fanciulla, ripresasi dallo spavento e dalla sorpresa, gli regalò uno dei suoi incantevoli sorrisi.
“Vostra Altezza…conoscete il mio nome, quindi sapete già chi io sia. Siete per caso voi ad aver chiesto al vento di fermarsi? Perché per me è già tardi, ed è ora che io rientri al mio castello prima che il buio cali sul mare rendendo difficile l’approdo.”
La principessa vide il sorriso spegnersi sul volto di Nettuno e lasciare il posto ad un’espressione di rabbia.
“Sì, ho detto io al vento di non soffiare più per potervi fermare. E non ho intenzione di chiedergli di ricominciare. È da tanto che vi osservo: ogni volta che vi muovete qui nel mio regno con la vostra barca il vostro cuore si riempie di gioia, i vostri occhi brillano di spensieratezza e la vostra bocca si schiude per la felicità. Voi amate il mare. Quindi amate anche me. Così come io amo voi. È per questo che ho deciso di fare di voi la mia sposa.”
La poverina non credeva alle proprie orecchie: le sembrava di essere finita in un incubo terribile. Cercò quindi di far ragionare quell’uomo che, di fatto, la teneva prigioniera.
“Vostra Altezza…è vero che io amo il mare, ma come una fanciulla che è sempre vissuta tra le montagne potrebbe amare le loro cime e i boschi che le ricoprono. Il mio cuore appartiene già a qualcuno che sposerò tra breve tempo.”
A quelle parole la furia di Nettuno si scatenò: sollevò la fragile barchetta sulla cresta di onde altissime e la racchiuse tra spaventosi fulmini.
“Credi forse che se tu sparissi lui verrebbe a cercarti? Credi forse che sarebbe disposto a sacrificare la sua vita per te? Credi davvero a tutte queste sciocchezze?”
Marina era terrorizzata, ma rispose con sicurezza gridando per superare il frastuono intorno a sé:
“Sì. Ne sono certa.”
“Allora vedremo se il vostro amore è davvero così forte!” disse Nettuno.
D’improvviso, tutto intorno a lei sembrò turbinare in un’oscura nuvola nera. Poi ogni cosa svanì e la principessa svenne sopraffatta dalla paura.
Quando finalmente si riprese, le sembrò che fosse trascorso un tempo infinito. Aprì gli occhi, e subito comprese che qualcosa non andava: le pareva di essere sospesa sull’acqua e che le onde del mare le facessero il solletico alla punta dei piedi. Provò a muoversi, ma si rese conto che la cosa le era impossibile: il suo corpo era rigido come il tronco di un albero. Iniziò a muovere gli occhi, l’unica cosa che le riuscisse di fare, e con orrore afferrò ciò che era accaduto: Nettuno l’aveva trasformata in una polena, la decorazione di legno che serviva ad ornare la prua delle grandi navi. Marina, atterrita, tentò in tutti i modi di staccarsi dal galeone fissato alla sua schiena, ma capì subito di farne irrimediabilmente parte. Quindi cercò di gridare, ma neppure un debole suono uscì dalle sue rigide labbra. Provò anche a spostare gli occhi a destra e a sinistra nella speranza che qualcuno si accorgesse di quella stranezza, ma nessuno sembrò farci caso. Alla fine si arrese, e aspettò di vedere cosa sarebbe accaduto. Di lì a poco, le parve che il molo si stesse animando e che ci fosse, intorno a lei, un gran trambusto. Nel baccano di grida, passi veloci e pesanti oggetti che venivano spostati, riuscì a distinguere alcune voci agitate: dicevano che la principessa era scomparsa e che era già stata organizzata una spedizione per ritrovarla e riportarla al castello. Il giovane Eric, più di tutti preoccupato per la sorte della sua futura sposa, avrebbe condotto una delle navi, ognuna delle quali avrebbe avuto una diversa destinazione, in modo da percorrere in lungo e in largo ogni angolo di terra e ogni goccia di oceano.
Quando finalmente tutto fu pronto, i cannoni armati, le stive riempite di provviste, i ponti tirati a lustro, le navi si prepararono a salpare. Fu allora che lei lo vide: Eric, fiero, nobile, deciso, camminava veloce proprio verso il galeone al quale lei era attaccata, pronto ad imbarcarsi e partire per quell’impresa senza speranza. Il suo cuore di legno battè più forte per l’emozione, e quando il giovane guardò distrattamente il suo viso, lei per un istante si illuse che potesse vederla. Ma fu solo un momento: poco dopo udì lo sferragliare dell’ancora che veniva issata, il fruscio delle vele che si spiegavano al vento, e sentì schizzi d’acqua bagnarle le gambe. Guardò avanti: il grande oceano l’attendeva.
Iniziarono a percorrere le acque in ogni dove: si spinsero in paesi lontani, si fermarono in lidi sconosciuti, affrontarono tempeste, superarono burrasche, risalirono fiumi navigabili addentrandosi in foreste e deserti, si mossero tra i ghiacci delle terre più fredde e inospitali, esplorarono luoghi ai confini del mondo.
Dopo mesi, iniziarono a giungere delle voci dal regno: tutte le altre navi erano già rientrate, così come le spedizioni di terra. Nessuno più credeva di poter trovare la principessa, neppure il re stesso, che ormai piangeva la morte della sua adorata bambina. L’unico galeone ancora in viaggio era quello di Eric, ed ormai anche il suo equipaggio aveva perso ogni speranza. Il giovane, che non era né cieco né insensibile al bisogno dei suoi uomini di tornare a casa, fece una generosa proposta: avrebbe concesso loro di sbarcare al primo porto e di fare ritorno in patria, a patto che loro costruissero un marchingegno che gli permettesse di governare la nave da solo. Dapprima i marinai, che nonostante fossero dei rudi uomini di mare volevano un gran bene ad Eric, protestarono, perché non volevano lasciarlo da solo. Poi, vista la sua insistenza, accettarono, e inventarono un complicato congegno di ferri, ruote, ingranaggi, cime e leve che rendeva il capitano capace di timonare, ammainare e issare le vele, armare i cannoni, pulire i ponti e controllare la rotta stando fermo in un unico punto del galeone.
Fu così che Eric restò solo con la sua nave e la sua bella polena. Marina era disperata: avrebbe voluto potergli dire di lasciar perdere, avrebbe voluto che lui guardasse i suoi occhi e capisse, avrebbe voluto riportarlo a casa e continuare semplicemente a navigare con lui per il resto della sua vita. Il suo dolore era così grande che dai suoi occhi sgorgarono piccole lacrime di legno che caddero nel mare galleggiando tra le onde.
Ma furono proprio quelle lacrime a scatenare l’ira furiosa di Nettuno: al Signore delle Acque non bastava più averli condannati all’infelicità; ora voleva distruggerli.
Improvvisamente intorno a loro si alzò una strana nebbia, densa e profumata di sale. E da quella, come un vascello fantasma, sbucò una nave pirata. Preparandosi all’attacco, Eric provò a spiare gli avversari col suo cannocchiale: grande fu il suo stupore quando si accorse che a bordo del veliero non vi era nessuno. Era come se quello che aveva di fronte a sé fosse una specie di relitto emerso dagli abissi e guidato dall’oceano stesso. Il giovane, che da quando era rimasto solo aveva preso l’abitudine di parlare con la sua nave come con una vecchia compagna di avventure, espresse ad alta voce la propria meraviglia. E Marina, ascoltando le sue parole, comprese subito come tutto ciò che stava accadendo fosse opera della gelosia di Nettuno. Lei ed Eric si prepararono per la battaglia: lui armò i cannoni, controllò le traiettorie, sollevò gli spessi scudi protettivi in metallo. La principessa-polena, che nel corso di quei mesi si era resa conto di poter controllare la nave intera con la propria mente come se essa fosse il suo corpo, irrigidì i muscoli di legno per poter incassare i colpi dei cannoni. Il combattimento iniziò: il fragore degli scoppi riempì l’aria, il fumo delle esplosioni coprì il cielo, la polvere da sparo e le schegge avvolsero Eric in nuvole sporche. Lui attaccava audacemente e si difendeva coraggiosamente. Tutti i suoi colpi andavano a segno, pochi di quelli avversari, e questo sia grazie alle protezioni che alle abili manovre del giovane. Marina, dal canto suo, tentava di scansare i proiettili muovendo i suoi legni, e cercava di resistere al dolore quando questi la colpivano. Eh sì…perché ogni squarcio sulla nave era come una ferita sul suo corpo. Lo scontro durò per ore, poi Eric riuscì a centrare il galeone avversario con un colpo che non dette scampo: il vascello, quasi spezzato in due, si inabissò inghiottito dall’oceano, e con esso scomparve anche la strana nebbia dalla quale sembrava essere uscito. Poi tutto fu di nuovo sereno: il cielo ridiventò limpido, le acque tornarono calme, il vento riprese a soffiare pigro riscaldato da un sole splendente.
Il capitano si diede subito da fare per controllare i danni e riparare alla meglio quelli più gravi: fece in modo da rappezzare le falle più grosse, controllò cannoni e munizioni, rimise al loro posto gli scudi fatti saltare dalle esplosioni. Ma non aveva ancora terminato il suo lavoro, che all’improvviso udì un colpo fortissimo provenire da uno dei fianchi dell’imbarcazione. Incuriosito, si affacciò dalle murate per controllare cosa fosse accaduto, e gli parve di vedere, subito sotto la superficie del mare, un insolito movimento, come se un enorme banco di strani pesci nuotasse tutto intorno al veliero. Non fece neppure in tempo a chiedersi di cosa potesse trattarsi, che un gigantesco tentacolo si allungò fuori dall’acqua per aggrapparsi al bordo della nave. Eric non si perse d’animo e, sguainata la sciabola, assestò a quella cosa un colpo così forte da tagliarla di netto. Fu allora che una creatura, ferita e furiosa, si mostrò in tutto il suo terribile aspetto: una piovra spaventosamente grande distese tutti i suoi otto tentacoli fuori dagli abissi, e questi erano così alti da sfiorare i cieli, e così grossi da sembrare tronchi. Si alzarono e si intrecciarono tra loro in modo da racchiudere il galeone, quindi iniziarono ad abbassarsi e stringersi per poterlo stritolare. Il giovane, però, fu più veloce: corse al suo posto di manovra e, non appena le lunghe spire dell’animale furono abbastanza vicine alle bocche da fuoco dalle quali sporgevano i cannoni, sparò. La piovra fu colpita così duramente che, con un terribile lamento, tornò a rifugiarsi nelle profondità del mare dalle quali era emersa.
Eric era sfinito: si inginocchiò restando aggrappato al timone e sperò in un po’ di tranquillità. Ma in quello stesso momento vide addensarsi, all’orizzonte, una tempesta mai vista prima: il boato dei tuoni riempiva l’aria, i fulmini erano così fitti da sembrare una foresta, i lampi illuminavano il cielo nero più del sole, il vento ululava rabbioso e le onde erano così alte da sembrare montagne. Il giovane cercò di manovrare la nave per poter sfuggire a tutta quella furia, ma si accorse che la bufera era troppo veloce per riuscirvi. Ammainò le vele e si preparò al peggio. Anche Marina capì che tutto sarebbe stato inutile, e il suo unico pensiero fu per il suo amato: doveva trovare un modo per salvarlo. Mentre ragionava sul da farsi, l’uragano li raggiunse: raffiche violente spostavano il veliero come fosse fatto di carta, la pioggia bagnava ogni angolo e si infilava in ogni fessura, le onde lo sollevavano fino alle nuvole, poi sembravano volerlo inghiottire nel fondo dell’oceano, i fulmini lo chiudevano in gabbie splendenti e terribili, i tuoni esplodevano in scoppi assordanti. Eric fu trascinato dall’acqua contro uno degli alberi e svenne. E fu allora che Marina comprese cosa avrebbe dovuto fare: inclinò l’imbarcazione in modo da far scivolare il giovane verso la prua, dove ella si trovava. Poi iniziò a fare forza sui suoi legni tanto da poterli spezzare e piegare per racchiuderlo in una specie di abbraccio protettivo. Vi riuscì appena in tempo: le assi sulla sua schiena si ruppero e si incurvarono proprio mentre arrivava un’onda più forte delle altre, che li travolse e distrusse la nave, trascinandone i resti in un gorgo. Marina, combattendo contro la collera di Nettuno, riuscì ad allontanarsi dalla tempesta con il povero Eric racchiuso tra ciò che restava del galeone. Si mosse nell’oceano finché non vide una spiaggia sulla quale, sfinita, si arenò, liberando il giovane dalla stretta del legno. Sapeva che per lei ormai non c’era più alcuna speranza, ma era felice, perché era riuscita a mettere in salvo il proprio amato.
Mentre i suoi occhi già si chiudevano, il mare cominciò nuovamente a ribollire, e il Signore delle Acque comparve così come aveva fatto la prima volta. Guardò con tristezza e rimorso i due innamorati, poi disse:
“Ti chiedo perdono, principessa. Non avevo capito quanto forte fosse il vostro amore. Sono stato geloso, egoista e crudele. Ma posso ancora rimediare alle mie malefatte.”
Tirò fuori, da un sacchetto che portava legato alla cintura, un mucchietto di sabbia dorata e finissima e, soffiandoci sopra, lo fece volare sui due ragazzi. Poi scomparve.
Improvvisamente, la fanciulla riprese il suo aspetto ed Eric si svegliò di soprassalto. La gioia di entrambi fu immensa, e ci volle un bel po’ di tempo prima che si sciogliessero dal loro abbraccio e che lei gli potesse raccontare tutta la storia. Subito dopo comparve sulla riva il cocchio di Nettuno, che ricondusse la principessa e il suo capitano nel loro paese. Qui, ai festeggiamenti per il loro ritorno seguirono subito quelli per le nozze, che vennero festeggiate su di un magnifico veliero la cui polena li raffigurava abbracciati e felici, così come furono per tutta la loro vita.

© Walter Donegà (Fonte di provenienza della fiaba)

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