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Ti racconto una storia: Fiabe Sonore – Il Pifferaio Magico

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Ti racconto una storia: Il pifferaio magico

 

Ti racconto una storia: Il pifferaio magico

pifferaio-magico2fiaba tradizionale tedesca

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C’era una volta la città di Hamelin in Germania. Era una città molto graziosa, ma aveva due grossi difetti: i suoi cittadini erano molto avari e le sue cantine piene di topi.
Di gatti neanche l’ombra perché, siccome qualcosina costavano ai padroni, erano stati cacciati.
Fatto si è che i topi diventavano tanti e tanti che non era più possibile vivere nella città.
Si pensò allora di far tornare i gatti scacciati, ma i topi li misero in fuga. Era una vita beata la loro.
Ce n’erano di tutti i tipi: topi, t’opini, ratti, rattoni e per tutti c’era da mangiare: nei granai, nelle cucine, dove c’erano molte forme di formaggio.
I poveri cittadini, non sapendo più che fare, si rivolsero al loro sindaco, ma anche quello più che dire: – Cercherò… Farò… Non so… – insomma…non faceva.
Ma ecco, che una mattina comparve in città un ometto minuto tutto brio e allegria che disse al sindaco: – Io vi libererò dai topi, ma voglio in cambio mille monete d’oro.
Al sindaco la richiesta non parve esagerata e promise la ricompensa, scambiando con l’ometto una bella stretta di mano.
L’ometto, allora, prese da un sacchetto che portava a tracolla un piffero e diede due o tre zufolate. Subito i topi che erano nello studio del Sindaco, nascosti qua e là, balzarono fuori e, quando l’uomo uscì, lo seguirono.
Il pifferaio continuò a suonare in strada e nugoli di topi lo seguirono squittendo felici.
Nelle loro testoline vedevano montagne di formaggio tutte per loro, vedevano dispense con ogni ben di Dio pronte ad essere saccheggiate.
– Tutto per voi, tutto per voi, bei t’opini! – prometteva la musica che li attraeva e li affascinava.
E la marcia trionfale del suonatore continuò: da tutte le case uscivano a centinaia topi di tutte le dimensioni, di tutte le età: anche i più saggi e i più furbi tra loro credevano a ciò che la musica magica prometteva!
E la gente, affacciata alle finestre, appoggiata ai muri delle case guardava esterrefatta e felice quella smisurata fila di roditori che seguiva il suonatore.
– Se ne vanno! Se ne vanno! Ma è possibile? Oh, che gioia! Che il cielo sia benedetto!
Finalmente quando tutti i topi della città furono riuniti dietro a lui, il suonatore si avviò verso il fiume e le bestiole dietro, sempre più affascinate dalla musica magica. Il pifferaio entrò ad un tratto nell’acqua e quelli ancora dietro; avanzò ancora finché fu immerso fino al collo e i topi lo seguirono incantati e fiduciosi.
Egli allora si fermò in mezzo alla corrente e seguitò a suonare e i topi per un po’ nuotarono e poi, siccome da lui non potevano allontanarsi finirono per annegare tutti, nessuno escluso! Allora il suonatore uscì dal fiume, si scrollò l’acqua di dosso e si recò dal sindaco per ricevere la dovuta ricompensa.
Il sindaco, come lo vide entrare, arricciò il naso e gli chiese: – Che vuoi tu?
– Essere pagato per tutto quello che ho fatto per la città!
– Mille monete d’oro per aver suonato il piffero per poco più di un’ora?
– Senza di me i topi avrebbero distrutto le vostre case!
– Ebbene io non ti dò niente!
– Chiedi ai cittadini se sono del tuo parere.
Il sindaco si affacciò al balconcino del municipio e chiese ai concittadini quel che doveva fare e tutti furono d’accordo con lui, da quegli avaracci che erano.
Il pifferaio allora amareggiato e molto arrabbiato minacciò: – Vi pentirete oh, se vi pentirete di quello che mi fate!
Uscì in strada ed eseguì una scala col flauto soffiando a tutte gote poi, aiutandosi con le agili dita, emise dolcissimi suoni.
Tosto si videro teste di bimbi guardare giù dalle finestre, volgersi verso il pifferaio, poi un ragazzino uscì dalla casa e guardò con entusiasmo l’uomo che suonava.
A lui si unirono due, tre compagni e tutti guardavano come affascinati il suonatore.
E questi non smise di suonare, anzi la sua musica diventò più dolce e persuasiva e nella mente dei bambini faceva nascere visioni di città tutte balocchi, di città tutte dolci, senza scuole, senza adulti che volevano comandare ad ogni ora del giorno.
E la schiera ingrossava sempre più e tutti i componenti erano felice e ridevano, e tenendosi per mano cantavano seguendo sempre più affrettatamente il pifferaio.
Ed ecco i genitori rincorrere quella schiera di gioiosi figlioli che se ne andavano con l’omino così, come i topi che lo avevano seguito sino alla morte!
– Non andate con lui! Tornate per carità! – gridavano disperati i padri e le madri mettendosi a loro volta in fila.
Ma essi si stancavano da morire e non riuscivano a tenere il passo con i loro figli che camminavano sognando cose meravigliose…
Il sindaco, chiuso nelle sue stanze, si strappava disperato i capelli.
Intanto il suonatore si avviava verso la grande montagna che si trovata proprio alle spalle della città.
I bimbi dietro cantavano: erano così felici di seguire quell’omino che nessuno li avrebbe distolti dal loro proposito.
Giunsero così a metà montagna: al suono del piffero questa si aprì e tutti, pifferaio in testa, entrarono nella fenditura che si richiuse ermeticamente dietro l’ultimo della fila.
Ne restò fuori solo uno zoppetto che non era riuscito a camminare veloce come i compagni.
I cittadini che giunsero sul luogo dopo qualche tempo, lo trovarono là che piangeva disperato per non aver potuto raggiungere i suoi amici.
Dei bambini non c’era più traccia e nessuno seppe mai ciò che ne fosse stato.

sleeping-jack

Walter Donega'- Fonte di provenienza dell'articolo

 

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Ti racconto una storia: Fiabe Sonore – Il Pifferaio Magico

TI RACCONTO UNA STORIA: L’audiostoria “La torre, la scala e la luna”.. anche da leggere

fiaba di Alessandra Fella

Ascolta la storia in formato mp3 

C’era una volta un regno nel quale nacque una bellissima principessina di nome Olimpia. La piccola era talmente bella, ma talmente bella, da attirare su di sé le invidie di una strega cattiva e dispettosa, che scagliò su di lei un terribile incantesimo: appena la bimba avesse raggiunto l’età da marito, ogni volta che un giovane l’avesse corteggiata il naso di lei sarebbe diventato più grosso.
Gli anni passarono e la bambina crebbe in età e in bellezza. Ormai tutti avevano dimenticato il sortilegio, finché un bel giorno un principe di passaggio in quel regno intravide la ragazza affacciata al balcone di una delle torri del castello e se ne innamorò perdutamente. Subito si recò dal sovrano per chiedergli il permesso di conoscere Olimpia e chiederla in sposa. In quello stesso istante la fanciulla, che era ancora alla finestra a godere del sole e della vista del paesaggio circostante, udì un sonoro “POP!” ed il suo nasino, poco prima piccolo e delicato, divenne per magia un po’ più lungo e un po’ più grosso. La principessa corse immediatamente nella sua stanza a guardarsi allo specchio: per fortuna la differenza non si notava tantissimo, per cui la giovane decise di ignorare l’accaduto. Il principe potè dunque incontrarla e conoscerla ma, non essendo riuscito a far battere il suo cuore, fu costretto a congedarsi e a tornare sconsolato al proprio castello.
Le settimane trascorsero. Un giorno, in cui la principessa era in un prato intenta a raccogliere fiori di campo per abbellire la propria camera, passò di lì un valoroso cavaliere che tornava al suo palazzo dopo aver sconfitto un pericoloso drago. Vedendo la fanciulla subito se ne invaghì e saltò giù da cavallo per offrirle i propri servigi. Appena i piedi dell’uomo toccarono terra, un nuovo “POP!” risuonò nell’aria e Olimpia, tastandosi il naso, lo scoprì ancora più grosso. Il cavaliere, che nulla aveva notato, le si avvicinò premuroso proponendole di riaccompagnarla al castello, ma la fanciulla, spaventata dal suo impeto e da quello che le stava accadendo, lo respinse con fermezza.
Trascorsero alcuni mesi. Un giorno la ragazza, che si era recata nei pressi di un laghetto per dare da mangiare ai dei candidi cigni, incontrò un principe che proprio lì si era fermato per far dissetare i propri cani intenti nella caccia. Non appena egli vide la giovane, il suo cuore arse d’amore e subito le si avvicinò per offrirle in dono fagiani, quaglie e beccacce, le ricche prede che aveva appena catturato. “POP!”. Olimpia si specchiò nel laghetto ed osservò inorridita il proprio naso, la cui crescita, ormai, era impossibile nascondere. Coprendosi il viso con uno scialle all’avvicinarsi del principe, lo allontanò dicendogli che non era educato rivolgersi ad una principessa senza prima essere stato presentato. Poi, tra le lacrime, corse al castello per raccontare l’accaduto a suo padre e chiedergli aiuto.
Quando il re la vide, ne fu quasi spaventato: il grazioso naso della sua bambina, che egli aveva sempre paragonato ad una piccola ciliegia, era ormai diventato grosso come un’albicocca.
Furono immediatamente chiamati tutti i medici e gli specialisti del regno che, dopo lunghe discussioni e ricerche, fecero provare alla principessa sciroppi, pomate, unguenti, sulfumigi e pillole di ogni genere. Nulla: il naso non accennava a ridursi. Allora vennero chiamati tutti i maghi e le fattucchiere più famosi: ma tutti dissero che nessun sortilegio poteva essere guarito da un altro sortilegio.
Nel frattempo la notizia della bellezza della giovane era passata di regno in regno e, dopo qualche mese, iniziò a presentarsi al cospetto del sovrano una gran quantità di principi, duchi, granduchi, baroni, cavalieri e qualche sultano, tutti recanti preziosi doni e tutti desiderosi di incontrare Olimpia e chiederla in sposa. “POP! POP! POP!!!”: ormai la poverina non sentiva che quel suono orribile e, col passare dei giorni, il suo naso divenne talmente grosso che si dovette costruire una struttura adatta a sorreggerlo ed a permettere alla fanciulla di muoversi. Ovviamente le era impossibile incontrare i propri corteggiatori in quello stato, e fu costretta ad inventare delle scuse per ognuno di loro. Dopo un po’ i principi, offesi da tanta scortesia, iniziarono ad allontanarsi dal castello; non prima, però, di averla soprannominata “la principessina superba”. E dopo qualche tempo nessuno più la cercò.
La principessa era ormai disperata e passava il tempo nella propria stanza piangendo sconsolatamente.
Una sera, mentre guardava la luna con gli occhi ancora umidi di lacrime, le comparve dinanzi una fata.
“Oh, cara Olimpia, come mi dispiace che tu sia così triste. Ho sentito il tuo dolore, e sono venuta qui per aiutarti. Come sai non posso annullare la magia che ti è stata fatta, ma conosco il modo per rompere l’incantesimo e tornare normale.”
“Dimmi, mia buona fatina, farò qualunque cosa per tornare normale.”
“Bene allora. Dovrai affrontare tre prove molto difficili: dovrai vedere il mondo intero, appoggiare una scala tra la terra e la luna e costruire una torre alta fino al cielo. Avrai un anno di tempo e non potrai in alcun modo farti aiutare dalla magia. E se tra un anno non sarai stata in grado di portare a termine le tre prove, l’incantesimo si estenderà a tutto il tuo corpo trasformandoti in una specie di mostro, e nulla più potrai fare per tornare com’eri.”
La fanciulla fu molto spaventata da quella possibilità: era figlia unica e a lei spettava il compito di succedere al padre sul trono. Le sarebbe stato impossibile regnare se si fosse tramutata in una creatura orribile. Così chiese alla fata una notte di tempo per riflettere sul da farsi.
E quella fu una lunga, lunghissima notte: la principessa valutò ogni possibilità per poter terminare in tempo le tre prove senza trovare alcuna soluzione sicura e convincente. Alla fine, esausta, si addormentò. E durante il sonno la sua mente, finalmente libera dalle preoccupazioni, fece apparire la risposta sotto forma di visione. Olimpia sognò di costruire una torre alta fino al più alto dei cieli, tanto alta da arrivare quasi fino alla luna. E di costruire dentro la torre una scala che, superata la sua cima, arrivasse fino all’argenteo astro. E di sedersi su di esso per un giorno intero ad osservare la terra che si sarebbe mostrata nella sua interezza facendo il suo quotidiano giro intorno al proprio asse.
Il giorno successivo Olimpia richiamò la fata.
“Accetto! -le disse- Ci rivedremo tra un anno meno una settimana e un giorno.”
Un po’ meravigliata da quello strano appuntamento, la fata le rispose con un sorriso che alla principessa sembrò quasi crudele, poi svanì così come era apparsa.
Immediatamente la principessa convocò i più bravi muratori e carpentieri del regno per chiedere loro consiglio su come costruire la torre, ma tutti le risposero che mai e poi mai una costruzione così alta sarebbe potuta essere tanto solida da non crollare. La fanciulla, nascosta dietro il paravento che la celava alla vista, ascoltava, e più passavano i giorni, più si sentiva scoraggiata. Poi giunse nel regno un uomo, dal volto orribile e dall’aspetto trasandato, che le chiese udienza.
“Ho io la soluzione, maestà. Il mio segreto è una semplice polvere: ne basta un pizzico mescolato alla calce che serve per unire i mattoni per rendere una costruzione talmente solida da poter resistere anche al più violento degli attacchi.”
“Siete forse un mago? -chiese preoccupata la principessa-
“No, mia principessa. Mi chiamo Fortebraccio, e sono solo un umile muratore. La mia polvere non ha nulla di magico. È solo fatta usando elementi forti per loro natura: polvere di corno di elefante, foglie secche di gramigna selvatica, spore di funghi infestanti, saliva di formica operaia, tela di ragno gigante.”
Olimpia, entusiasta, si dimenticò del proprio aspetto e uscì dal suo nascondiglio per stringere grata la mano all’uomo. Avvicinandosi a lui si meravigliò sia del fatto che non inorridisse di fronte al suo naso, sia della straordinaria luce che brillava negli occhi di lui, seminascosti sotto una pelle vecchia e grinzosa.
I due si misero immediatamente a lavoro: si arrampicarono sulla montagna più alta del reame, perché la roccia sarebbe stata una base più solida per la torre. Portarono con loro muli e cavalli carichi di attrezzi e materiale e mentre lui costruiva, lei mescolava la calce nelle tinozze. La gente che passava di lì, dapprima incuriosita, poi sempre più ammirata dalla loro tenacia, dopo averli osservati per qualche giorno si unì ai due per aiutarli in quell’incredibile impresa. E se all’inizio molti erano spaventati dal loro aspetto, dopo un po’ nessuno ci fece più caso, perché la dolcezza della fanciulla e la forza dell’uomo facevano dimenticare la loro bruttezza.
I mesi passarono: la principessa e il muratore lavorarono fianco a fianco e, senza che nessuno dei due lo dicesse all’altro, si innamorarono. La torre e la scala crebbero, e crebbero, e crebbero. E giunse finalmente il grande momento.
Ad una settimana ed un giorno esatti dalla scadenza del termine stabilito, la fata comparve. Grande fu il suo stupore nel vedere la costruzione che, sottile e snella, saliva al cielo scomparendo tra le nuvole.
“Una torre così alta e talmente solida da non crollare non può che essere opera di un mago!”
“No. -disse Olimpia- La torre è solo opera della fatica di tanti e dell’intelligenza di uno.”
“Va bene. Ma qui vedo solo una torre che sale al cielo. Dov’è la scala?”
“La scala è nella torre.”
“Ma io avevo detto che la scala sarebbe dovuta arrivare alla luna, non la torre!”
“Infatti la torre si ferma poco prima della luna. Solo la scala vi arriva.”
“Molto bene. Due delle prove sono superate. Ma impegnata com’eri a costruire questa meraviglia, di certo non hai trovato il tempo per vedere tutto il mondo.”
“Lo farò adesso. Mi ci vorrà una settimana per arrivare in cima alla scala. Poi, arrivata sulla luna, mi sederò per un giorno intero e guarderò tutta la terra, che girando mi mostrerà ogni suo lato.”
A quelle parole accadde qualcosa di prodigioso: la fata iniziò a diventare verde d’invidia e rossa di rabbia. E più cambiava colore, più cambiava aspetto: da graziosa fatina si trasformava lentamente in orribile strega. E più cambiava aspetto, più si gonfiava di malevolenza. E si gonfiò talmente tanto che finì per esplodere in mille coriandoli verdi e rossi. “POP!” “POP!” Improvvisamente il naso della principessa tornò normale e -meraviglia delle meraviglie- il brutto muratore che aveva aiutato Olimpia si tramutò in un principe, talmente bello da lasciarla senza fiato.
“Finalmente! -esclamò lui sorridente- Qualcuno è riuscito a sconfiggere la malvagia strega Araska!”
E visto che tutti lo guardavano esterrefatti, iniziò a spiegare.
“Araska era una maga perfida e prepotente: non poteva sopportare la gioia, l’intelligenza, la bellezza, il potere o la ricchezza degli altri, perché ne era profondamente invidiosa. Fu lei a scagliare su di te, Olimpia, l’incantesimo che faceva crescere il tuo naso, perché era gelosa della tua bellezza. E fu sempre lei a trasformare me, il principe Fortebraccio, in un uomo solo, povero e deforme, perché invidiava l’affetto dei miei sudditi e la ricchezza delle mie terre. Tanto tempo fa giunse nel mio regno, che era prospero e felice e non temeva attacchi nemici perché io stesso avevo trovato la formula per la polvere che rende indistruttibile ogni costruzione. Voleva diventare la mia regina, e quando io rifiutai mi trasformò nell’uomo che tu hai conosciuto. Quando chiesi aiuto ai miei consiglieri, non fui riconosciuto, e venni cacciato dal paese. A lungo vagai per il mondo, finché non seppi di te. Mi narrarono la storia delle tre prove e capii che era sempre Araska, nelle sembianze di una fata, che voleva prendersi gioco di te. E decisi di aiutarti. E ora, finalmente, la strega è stata distrutta proprio dalla sua stessa invidia, e con lei sono svaniti anche tutti suoi malefici.”
Olimpia poté finalmente tornare felice al proprio castello per riabbracciare la madre e il padre che non vedeva ormai da quasi un anno. E al suo fianco giunse il bel principe, che subito chiese al re la mano della fanciulla. Le nozze vennero celebrate subito, e durarono una settimana e un giorno. Immediatamente dopo i due giovani partirono per il regno di Fortebraccio, dove vissero per sempre felici e contenti.

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Ti racconto una storia: l’audiostoria “Il drago e la bambina”… anche da leggere..

fiaba di Alessandra Fella

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C’era una volta una bambina di nome Cassandra che abitava nella più alta torre di una lugubre fortezza nascosta in un fitto bosco. Insieme a lei vivevano una maga brutta e perfida e un drago enorme ma buono. La bimba non lo sapeva, ma era in realtà una principessina. Anni prima, quando era ancora in fasce, era stata rapita dalla strega, irata col re suo padre per non averle concesso di diventare la protettrice del regno. Era stata quindi condotta nel vecchio castello ed allevata col solo scopo di servire la vecchia megera. Ma Cassandra non sapeva nulla di tutto questo: pensava di essere una povera orfanella che la strega, nella sua infinita bontà, avesse accolto nella sua casa. La donna le aveva infatti raccontato di averla trovata per la strada in una cesta e di averla sottratta a dei briganti che volevano raccoglierla e venderla. Ragione per cui la bimba le era infinitamente grata e, nonostante quella la trattasse sempre in malo modo, non poteva fare a meno di sorriderle e di soddisfare ogni suo desiderio.
Certo, la vita al castello per lei non era facile: ogni giorno doveva spazzare i pavimenti, spolverare i libri e lustrare tutte le ampolle delle pozioni tanto da farle brillare. Poi doveva pulire accuratamente tutte le vetrate colorate del maniero, perché alla strega piacevano i giochi di sfumature prodotti dalla luce del sole che le illuminava. E lucidare i calderoni di rame, perché la strega non sopportava che si coprissero di fuliggine. E preparare ghiotte leccornie sempre diverse, perché la strega era incredibilmente golosa. E rifare ogni giorno i cento letti delle cento camere da letto del castello, perché alla strega piaceva dormire ogni giorno in una stanza diversa ed avere sempre lenzuola fresche e profumate. E lavare, e stirare, e cucire, e ricamare, perché alla strega piaceva vestire come una nobildonna. La piccola Cassandra non aveva quasi mai un attimo di pace. Per fortuna, però, ad aiutarla c’era il suo inseparabile amico Berto, il drago.
Berto era grande come una casa, col corpo blu come il mare più profondo e le ali di un rosso caldo come il sole al tramonto. Aveva enormi occhi di un azzurro intenso come il cielo in una mattinata limpida, una cresta nera come una notte senza stelle e senza luna ed un muso così simpatico che la bimba proprio non capiva come riuscisse a spaventare qualcuno. Lui le dava una mano nelle faccende domestiche. Ad esempio, legava degli spazzoloni alla coda per poter pulire i pavimenti scodinzolando. O sbatteva le lunghe ciglia vicino alla libreria per spolverare in men che non si dica tutti i libri. O si sgranchiva le ali proprio davanti al filo del bucato in modo che questo, col movimento dell’aria, si asciugasse più in fretta. Insomma: si dava da fare in ogni modo possibile per aiutare la sua piccola amica.
E, quando tutti i doveri quotidiani erano stati portati e termine, si caricava la principessina sul dorso e insieme volavano via ad esplorare il mondo. Certo, di questo la strega non era molto contenta, ma il drago la aveva dato la propria parola d’onore che avrebbe sempre riportato indietro la piccola e che non le avrebbe mai permesso di scappare. E, nonostante la parola di un drago fosse sacra, la megera si era premunita di minacciarlo che, se non non fosse tornata, la piccola sarebbe morta.
E così scorreva la loro vita, tra il lavoro di ogni giorno e le grandi fughe. Berto mostrò a Cassandra luoghi incantevoli ed indimenticabili. La condusse attraverso i deserti divertendosi a cambiare la forma delle dune col movimento delle ali e a fare castelli di sabbia sulla riva degli specchi d’acqua nelle oasi. Sorvolò boschi e giungle soffiando leggermente tra le foglie degli alberi in modo che tutti gli uccelli si alzassero in volo e Cassandra potesse vederne gli sgargianti colori. Passò su città e paesi ridendo con lei nel veder fuggire spaventati gli abitanti, che dall’alto sembravano tante formichine. Sfiorò col grande corpo mari ed oceani, perché lei potesse assaporare gli schizzi di acqua salata e potesse scorgere le sagome dei grandi animali marini. Una sera la portò addirittura su nello spazio più profondo, perché potesse ammirare la luminosità di ogni stella del firmamento e potesse prendere un pugno di polvere di luna da conservare in una bottiglietta per illuminare la sua stanza di argentei bagliori.
La bimba crebbe, e crescendo divenne una splendida fanciulla. Ma non era solo bella: il lavoro di ogni giorno l’aveva resa energica, i libri della strega colta ed i viaggi col drago coraggiosa. Non fosse stata prigioniera, certo avrebbe avuto stuoli di corteggiatori. E il drago stesso, nonostante la conoscesse da sempre, non riusciva a non guardarla con occhi diversi. Tanto diversi, tanto dolci e tanto strani che, talvolta, la facevano arrossire.
Un giorno, mentre entrambi erano affaccendati nei loro mestieri, la strega corse nella stanza dove entrambi si trovavano gridando:
“Presto Berto! C’è un cavaliere alle porte della foresta! Chiede di Cassandra! Dice di essere venuto per liberarla e portarla via!”
Cassandra ebbe un fremito di gioia e rivolse lo sguardo verso l’amico drago per condividere con lui la sua emozione. Grande fu il suo stupore nello scorgere, negli occhi di lui, una strana espressione, come di tristezza e amarezza. La strega riprese ad urlare:
“Berto, non stare lì impalato! Vai a cacciarlo via! SUBITO!!!”
Il drago si voltò verso la principessa: aveva appena preso una decisione importante. Le sorrise, le fece un goffo inchino e volò via.
Cassandra non capiva: perché la strega non aveva usato la magia per allontanare l’intruso senza mettere a rischio la vita di Berto? Provò a chiederlo alla donna, ma costei le rispose che le sue decisioni non dovevano riguardarla.
Intanto Berto volava verso il cavaliere: sapeva che l’unico modo per liberare la principessa era quello di lasciare che l’uomo lo sconfiggesse. Lui avrebbe certamente perso la vita, ma la fanciulla avrebbe finalmente trovato la felicità e, forse, l’amore. Ma non poteva lasciarsi battere troppo facilmente, altrimenti la strega se ne sarebbe accorta e sarebbe intervenuta. Doveva essere furbo e fingere di combattere.
Arrivò finalmente ai margini del bosco. Tutto era silenzioso: sembrava che anche gli animali tacessero in attesa dello scontro. Il cavaliere gli si parò di fronte: era vestito di un’armatura splendente ed impugnava una spada affilata e lucente. Sotto l’elmo aveva uno sguardo fiero nei grandi occhi neri incorniciati da riccioli biondi. Per un attimo a Berto ricordò Cassandra. Dopo un breve scambio di sguardi feroci, la battaglia iniziò. I fendenti del cavaliere erano potenti e furiosi e il drago si difendeva debolmente con le grandi zampe. L’uomo avanzava con sicurezza ed ardimento, il drago indietreggiava facendogli credere di essere più forte. L’uno gridava per la rabbia, l’altro ruggiva per il dolore. Ogni soffio infuocato del drago era stranamente troppo alto per colpire il giovane o troppo debole per superare la sicura protezione del suo scudo. Alla fine Berto si arrese e, col cuore colmo di tristezza e paura, allargò le zampe in modo che il cavaliere potesse sferrare il colpo mortale. E così fu: la lama gli trapassò il petto e si conficcò nel cuore. Il drago, con le ultime forze rimaste, spiccò il volo: voleva vedere per l’ultima volta la sua principessa. Planò sulla grande terrazza della sua torre, dalla quale lei aveva seguito con terrore tutto il combattimento, e crollò tra le sue braccia. Le lacrime della fanciulla bagnarono il suo muso, e lui si sentì felice e pronto a morire. In quel mentre giunse sulla terrazza anche il cavaliere che, pensando che il drago fosse tornato per uccidere Cassandra, si avventò su di lui per finirlo. Ma la ragazza fu più veloce e protesse Berto col proprio corpo, ricevendo la spada dritta nel cuore.
Fu in quel momento che arrivò la strega che, alla vista della scena, lanciò un terribile urlo di rabbia. E l’urlo fu così forte ed acuto da frantumarla come fosse stata di cristallo. Fu allora che qualcosa di meraviglioso accadde: la fortezza si trasformò magicamente in un magnifico castello, la fitta foresta in un meraviglioso bosco costellato di graziose casette, ed ogni sasso in un uomo, una donna o un bambino. Il drago, lentamente, cambiò aspetto e divenne un bellissimo principe, con gli occhi di un azzurro intenso come il cielo in una mattinata limpida ed i capelli neri come una notte senza stelle e senza luna. Non appena si rese conto di ciò che era accaduto, abbracciò stretta a sé la principessa ormai senza vita. E pianse.
In quell’istante, dal nulla, comparve una fata.
“Io sono la fata protettrice del regno della principessa. Nulla potei fare quando fu rapita, ma lanciai un incantesimo grazie al quale la fanciulla sarebbe stata libera se un cavaliere, a costo della sua stessa vita, l’avesse liberata. E contro quel prode, nulla avrebbe potuto la magia della strega. Per questo ella non l’ha usata contro il giovane giunto a salvarla. Non piangete, mio bel principe. Nulla è perduto. L’amore che l’uno prova per l’altra ha spezzato l’incantesimo che vi legava alla strega e l’ha distrutta. Ora, finalmente, siete liberi.”
A quelle parole, Cassandra miracolosamente aprì gli occhi e tornò alla vita. E tutte le ferite del principe scomparvero. La giovane guardò sorpresa l’uomo che la sosteneva tra le braccia e riconobbe, nei suoi, gli occhi del suo amico drago. Lui le sorrise e le raccontò la sua storia.
“Sono il principe Dagoberto, e tutto ciò che vedi intorno a te fa parte del mio regno. Secoli fa la strega venne al mio cospetto chiedendomi di diventare la protettrice del mio regno. Per lei doveva essere una vera fissazione, visto che lo chiese poi anche a tuo padre. Avendo saputo della sua malvagità, la cacciai e lei, per vendetta, scagliò una terribile maledizione. Il regno si trasformò in una selva, le persone in sassi, il castello in un’oscura fortezza. Io stesso fui tramutato in drago e condannato a servirla in eterno, sotto la minaccia di veder scomparire per sempre tutto il mio paese. Vissi con la sola speranza di trovare un modo per distruggere la strega e salvare il mio popolo. Poi giungesti tu, principessa, a portare la gioia nella mia vita. La strega mi obbligò a non narrarti mai la tua vera storia, né la mia, ma a tenerti sempre sotto stretto controllo. Ed io ti vidi crescere, e alla fine mi innamorai di te. E quando questo cavaliere arrivò per trarti in salvo, capii che sebbene nulla potessi ormai fare per liberare i miei sudditi, avevo almeno la possibilità di donare a te la libertà. Andai verso la morte. Ma prima che la vita mi abbandonasse, volli darti l’ultimo saluto. Il resto lo sai. Il tuo coraggioso sacrificio ha rotto l’incantesimo e ti ha salvato la vita. Ora va’ col cavaliere che ti ha liberata. È a lui che spetta l’onore di averti al proprio fianco per la vita.”
A quelle parole il giovane, che fino ad allora era rimasto silenzioso ad ascoltare, sorrise.
“Principe Dagoberto. Ciò che ha spezzato il sortilegio è il vostro amore. E comunque io non potrei mai sposare Cassandra, perché sono suo fratello. Sono cresciuto con l’idea di liberarla e, non appena l’età e l’esperienza con le armi me l’hanno permesso, ho affrontato la sfida. E sono certo che mia sorella sarà felicissima di concedere a voi la sua mano.”
Nel tripudio generale, il terzetto fu accolto nel paese della principessa, dove lei poté finalmente riabbracciare i genitori ed i fratelli. Poi, tutti insieme, tornarono nel regno di Dagoberto, dove si celebrarono le nozze reali e dove la fanciulla ed il principe-drago vissero una vita lunghissima e felice.

Fonte di provenienza della fiaba

 

Ti racconto una storia: Il drago e la bambina

fiaba di Alessandra Fella

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C’era una volta una bambina di nome Cassandra che abitava nella più alta torre di una lugubre fortezza nascosta in un fitto bosco. Insieme a lei vivevano una maga brutta e perfida e un drago enorme ma buono. La bimba non lo sapeva, ma era in realtà una principessina. Anni prima, quando era ancora in fasce, era stata rapita dalla strega, irata col re suo padre per non averle concesso di diventare la protettrice del regno. Era stata quindi condotta nel vecchio castello ed allevata col solo scopo di servire la vecchia megera. Ma Cassandra non sapeva nulla di tutto questo: pensava di essere una povera orfanella che la strega, nella sua infinita bontà, avesse accolto nella sua casa. La donna le aveva infatti raccontato di averla trovata per la strada in una cesta e di averla sottratta a dei briganti che volevano raccoglierla e venderla. Ragione per cui la bimba le era infinitamente grata e, nonostante quella la trattasse sempre in malo modo, non poteva fare a meno di sorriderle e di soddisfare ogni suo desiderio.
Certo, la vita al castello per lei non era facile: ogni giorno doveva spazzare i pavimenti, spolverare i libri e lustrare tutte le ampolle delle pozioni tanto da farle brillare. Poi doveva pulire accuratamente tutte le vetrate colorate del maniero, perché alla strega piacevano i giochi di sfumature prodotti dalla luce del sole che le illuminava. E lucidare i calderoni di rame, perché la strega non sopportava che si coprissero di fuliggine. E preparare ghiotte leccornie sempre diverse, perché la strega era incredibilmente golosa. E rifare ogni giorno i cento letti delle cento camere da letto del castello, perché alla strega piaceva dormire ogni giorno in una stanza diversa ed avere sempre lenzuola fresche e profumate. E lavare, e stirare, e cucire, e ricamare, perché alla strega piaceva vestire come una nobildonna. La piccola Cassandra non aveva quasi mai un attimo di pace. Per fortuna, però, ad aiutarla c’era il suo inseparabile amico Berto, il drago.
Berto era grande come una casa, col corpo blu come il mare più profondo e le ali di un rosso caldo come il sole al tramonto. Aveva enormi occhi di un azzurro intenso come il cielo in una mattinata limpida, una cresta nera come una notte senza stelle e senza luna ed un muso così simpatico che la bimba proprio non capiva come riuscisse a spaventare qualcuno. Lui le dava una mano nelle faccende domestiche. Ad esempio, legava degli spazzoloni alla coda per poter pulire i pavimenti scodinzolando. O sbatteva le lunghe ciglia vicino alla libreria per spolverare in men che non si dica tutti i libri. O si sgranchiva le ali proprio davanti al filo del bucato in modo che questo, col movimento dell’aria, si asciugasse più in fretta. Insomma: si dava da fare in ogni modo possibile per aiutare la sua piccola amica.
E, quando tutti i doveri quotidiani erano stati portati e termine, si caricava la principessina sul dorso e insieme volavano via ad esplorare il mondo. Certo, di questo la strega non era molto contenta, ma il drago la aveva dato la propria parola d’onore che avrebbe sempre riportato indietro la piccola e che non le avrebbe mai permesso di scappare. E, nonostante la parola di un drago fosse sacra, la megera si era premunita di minacciarlo che, se non non fosse tornata, la piccola sarebbe morta.
E così scorreva la loro vita, tra il lavoro di ogni giorno e le grandi fughe. Berto mostrò a Cassandra luoghi incantevoli ed indimenticabili. La condusse attraverso i deserti divertendosi a cambiare la forma delle dune col movimento delle ali e a fare castelli di sabbia sulla riva degli specchi d’acqua nelle oasi. Sorvolò boschi e giungle soffiando leggermente tra le foglie degli alberi in modo che tutti gli uccelli si alzassero in volo e Cassandra potesse vederne gli sgargianti colori. Passò su città e paesi ridendo con lei nel veder fuggire spaventati gli abitanti, che dall’alto sembravano tante formichine. Sfiorò col grande corpo mari ed oceani, perché lei potesse assaporare gli schizzi di acqua salata e potesse scorgere le sagome dei grandi animali marini. Una sera la portò addirittura su nello spazio più profondo, perché potesse ammirare la luminosità di ogni stella del firmamento e potesse prendere un pugno di polvere di luna da conservare in una bottiglietta per illuminare la sua stanza di argentei bagliori.
La bimba crebbe, e crescendo divenne una splendida fanciulla. Ma non era solo bella: il lavoro di ogni giorno l’aveva resa energica, i libri della strega colta ed i viaggi col drago coraggiosa. Non fosse stata prigioniera, certo avrebbe avuto stuoli di corteggiatori. E il drago stesso, nonostante la conoscesse da sempre, non riusciva a non guardarla con occhi diversi. Tanto diversi, tanto dolci e tanto strani che, talvolta, la facevano arrossire.
Un giorno, mentre entrambi erano affaccendati nei loro mestieri, la strega corse nella stanza dove entrambi si trovavano gridando:
“Presto Berto! C’è un cavaliere alle porte della foresta! Chiede di Cassandra! Dice di essere venuto per liberarla e portarla via!”
Cassandra ebbe un fremito di gioia e rivolse lo sguardo verso l’amico drago per condividere con lui la sua emozione. Grande fu il suo stupore nello scorgere, negli occhi di lui, una strana espressione, come di tristezza e amarezza. La strega riprese ad urlare:
“Berto, non stare lì impalato! Vai a cacciarlo via! SUBITO!!!”
Il drago si voltò verso la principessa: aveva appena preso una decisione importante. Le sorrise, le fece un goffo inchino e volò via.
Cassandra non capiva: perché la strega non aveva usato la magia per allontanare l’intruso senza mettere a rischio la vita di Berto? Provò a chiederlo alla donna, ma costei le rispose che le sue decisioni non dovevano riguardarla.
Intanto Berto volava verso il cavaliere: sapeva che l’unico modo per liberare la principessa era quello di lasciare che l’uomo lo sconfiggesse. Lui avrebbe certamente perso la vita, ma la fanciulla avrebbe finalmente trovato la felicità e, forse, l’amore. Ma non poteva lasciarsi battere troppo facilmente, altrimenti la strega se ne sarebbe accorta e sarebbe intervenuta. Doveva essere furbo e fingere di combattere.
Arrivò finalmente ai margini del bosco. Tutto era silenzioso: sembrava che anche gli animali tacessero in attesa dello scontro. Il cavaliere gli si parò di fronte: era vestito di un’armatura splendente ed impugnava una spada affilata e lucente. Sotto l’elmo aveva uno sguardo fiero nei grandi occhi neri incorniciati da riccioli biondi. Per un attimo a Berto ricordò Cassandra. Dopo un breve scambio di sguardi feroci, la battaglia iniziò. I fendenti del cavaliere erano potenti e furiosi e il drago si difendeva debolmente con le grandi zampe. L’uomo avanzava con sicurezza ed ardimento, il drago indietreggiava facendogli credere di essere più forte. L’uno gridava per la rabbia, l’altro ruggiva per il dolore. Ogni soffio infuocato del drago era stranamente troppo alto per colpire il giovane o troppo debole per superare la sicura protezione del suo scudo. Alla fine Berto si arrese e, col cuore colmo di tristezza e paura, allargò le zampe in modo che il cavaliere potesse sferrare il colpo mortale. E così fu: la lama gli trapassò il petto e si conficcò nel cuore. Il drago, con le ultime forze rimaste, spiccò il volo: voleva vedere per l’ultima volta la sua principessa. Planò sulla grande terrazza della sua torre, dalla quale lei aveva seguito con terrore tutto il combattimento, e crollò tra le sue braccia. Le lacrime della fanciulla bagnarono il suo muso, e lui si sentì felice e pronto a morire. In quel mentre giunse sulla terrazza anche il cavaliere che, pensando che il drago fosse tornato per uccidere Cassandra, si avventò su di lui per finirlo. Ma la ragazza fu più veloce e protesse Berto col proprio corpo, ricevendo la spada dritta nel cuore.
Fu in quel momento che arrivò la strega che, alla vista della scena, lanciò un terribile urlo di rabbia. E l’urlo fu così forte ed acuto da frantumarla come fosse stata di cristallo. Fu allora che qualcosa di meraviglioso accadde: la fortezza si trasformò magicamente in un magnifico castello, la fitta foresta in un meraviglioso bosco costellato di graziose casette, ed ogni sasso in un uomo, una donna o un bambino. Il drago, lentamente, cambiò aspetto e divenne un bellissimo principe, con gli occhi di un azzurro intenso come il cielo in una mattinata limpida ed i capelli neri come una notte senza stelle e senza luna. Non appena si rese conto di ciò che era accaduto, abbracciò stretta a sé la principessa ormai senza vita. E pianse.
In quell’istante, dal nulla, comparve una fata.
“Io sono la fata protettrice del regno della principessa. Nulla potei fare quando fu rapita, ma lanciai un incantesimo grazie al quale la fanciulla sarebbe stata libera se un cavaliere, a costo della sua stessa vita, l’avesse liberata. E contro quel prode, nulla avrebbe potuto la magia della strega. Per questo ella non l’ha usata contro il giovane giunto a salvarla. Non piangete, mio bel principe. Nulla è perduto. L’amore che l’uno prova per l’altra ha spezzato l’incantesimo che vi legava alla strega e l’ha distrutta. Ora, finalmente, siete liberi.”
A quelle parole, Cassandra miracolosamente aprì gli occhi e tornò alla vita. E tutte le ferite del principe scomparvero. La giovane guardò sorpresa l’uomo che la sosteneva tra le braccia e riconobbe, nei suoi, gli occhi del suo amico drago. Lui le sorrise e le raccontò la sua storia.
“Sono il principe Dagoberto, e tutto ciò che vedi intorno a te fa parte del mio regno. Secoli fa la strega venne al mio cospetto chiedendomi di diventare la protettrice del mio regno. Per lei doveva essere una vera fissazione, visto che lo chiese poi anche a tuo padre. Avendo saputo della sua malvagità, la cacciai e lei, per vendetta, scagliò una terribile maledizione. Il regno si trasformò in una selva, le persone in sassi, il castello in un’oscura fortezza. Io stesso fui tramutato in drago e condannato a servirla in eterno, sotto la minaccia di veder scomparire per sempre tutto il mio paese. Vissi con la sola speranza di trovare un modo per distruggere la strega e salvare il mio popolo. Poi giungesti tu, principessa, a portare la gioia nella mia vita. La strega mi obbligò a non narrarti mai la tua vera storia, né la mia, ma a tenerti sempre sotto stretto controllo. Ed io ti vidi crescere, e alla fine mi innamorai di te. E quando questo cavaliere arrivò per trarti in salvo, capii che sebbene nulla potessi ormai fare per liberare i miei sudditi, avevo almeno la possibilità di donare a te la libertà. Andai verso la morte. Ma prima che la vita mi abbandonasse, volli darti l’ultimo saluto. Il resto lo sai. Il tuo coraggioso sacrificio ha rotto l’incantesimo e ti ha salvato la vita. Ora va’ col cavaliere che ti ha liberata. È a lui che spetta l’onore di averti al proprio fianco per la vita.”
A quelle parole il giovane, che fino ad allora era rimasto silenzioso ad ascoltare, sorrise.
“Principe Dagoberto. Ciò che ha spezzato il sortilegio è il vostro amore. E comunque io non potrei mai sposare Cassandra, perché sono suo fratello. Sono cresciuto con l’idea di liberarla e, non appena l’età e l’esperienza con le armi me l’hanno permesso, ho affrontato la sfida. E sono certo che mia sorella sarà felicissima di concedere a voi la sua mano.”
Nel tripudio generale, il terzetto fu accolto nel paese della principessa, dove lei poté finalmente riabbracciare i genitori ed i fratelli. Poi, tutti insieme, tornarono nel regno di Dagoberto, dove si celebrarono le nozze reali e dove la fanciulla ed il principe-drago vissero una vita lunghissima e felice.

Fonte di provenienza della fiaba

 

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